Retail business in uk

Business Growth

27/03/2015
Mario Resca, Confimprese: «La West End di Londra top location per i retailer internazionali. Affitti schizzati del 42% nel 2014».
(Milano, 27 marzo 2015) – È il 2° Paese per stock di investimenti al mondo, il 3°mercato europeo per il settore retail, che cresce costantemente del 3–4% su base annua. Con queste carte il Paese di sua maestà si presenta sullo scacchiere del commercio moderno, forte della posizione dominante della sua capitale, dove si concentrano gli interessi dei maggiori retailer internazionali.

Nonostante gli affitti siano schizzati del 42% negli ultimi due anni, a Londra non si placa la sete di location nei posti giusti, anche perché ad attirare le catene c’è una migliore tassazione rispetto all’Italia grazie a un’aliquota del 20 per cento. Tasse e contributi sul lavoro, inoltre, non superano il 14% con uno stacco di quasi 30 punti percentuali rispetto al costo del lavoro in Italia al 43 per cento. Questi i key driver del convegno Retail Business in Uk, organizzato da Confimprese per le catene italiane interessate a cogliere le opportunità di sviluppo nel mercato inglese.
«Premesso che negli ultimi due anni in Europa – dichiara Mario Resca, presidente Confimprese – su due negozi aperti uno ha chiuso, nel ranking europeo Londra è la top location per i retailer internazionali (234), seguita da Parigi (218), Mosca (197), Milano (174) e Madrid (150). Alla base del successo della capitale inglese un cocktail di ingredienti, che ne decretano l’alto gradimento da parte degli investitori stranieri: dimensione e maturità del mercato, numero di consumatori, trasparenza, contesto fiscale favorevole, tanto che le previsioni per i prossimi tre anni, 2015–2018, non lasciano spazio a dubbi: +34% di incremento delle vendite di prodotti mainstream e premium, +32% del lusso, affitti nelle top location pari a 7.270 euro mq l’anno contro i 3.650 euro di Milano, i 3.000 di Roma, i 4.000 di Mosca, i 2.640 di Madrid».
Il mercato retail in UK visto da vicino
Anche in tema di rent, insomma, Londra non è seconda a nessuno. Avere le vetrine nel posto giusto, che a Londra significa essenzialmente presidiare la West End comprensiva di Oxford Street, Regent Street, Bond Street e Covent Garden, è strategico e prioritario per i retailer internazionali. Anche a prezzi sbalorditivi. Il benchmark, condotto dalla società di consulenza professionale e finanziaria, specializzata in servizi immobiliari JLL per Confimprese, con le altri capitali è significativo: nel secondo trimestre 2014 gli affitti a Londra sono schizzati del 42% contro l’incremento del +20% di Parigi e del +37% di Istanbul sullo stesso periodo 2012. A determinare un salto così significativo due ragioni principali, la scarsità dell’offerta immobiliare e al contempo l’elevata domanda di nuovi spazi. Nel luxury i prezzi sono ancora più esorbitanti e partono da 12.300 euro mq l’anno. Il mercato del lusso, del resto, è tra i principali export del Regno Unito ed è previsto che cresca del 57% entro il 2015 (dati Jones Lang LaSalle).
Quanto alla struttura fiscale il Regno Unito occupa il sedicesimo posto nella classifica di Doing Business per la categoria dei pagamenti delle tasse; l’Italia è ben lontana al 141° posto. La tassazione nel Regno Unito è, per la maggior parte dei casi, più favorevole rispetto a quella italiana, l’aliquota era al 22% nel 2014 ed è scesa al 20% quest’anno. In primo luogo va sottolineata la differenza nelle tasse e contributi sul lavoro: meno del 14% in UK contro il 43% dell’Italia.
Per sbarcare, invece, sul mercato inglese, sono diverse le formule: dal costituire una società sussidiaria, una branch o un representative office della società straniera, al creare una joint venture con un partner locale o all’incaricare un agente, distributore o franchisee, che agisce per conto della società straniera. Molte, invece, le aziende che utilizzano la private limited liability company. Vediamo le caratteristiche: non ci sono restrizioni riguardo al numero minimo o massimo di soci, non è previsto un ammontare minimo dell’investimento né è richiesto un minimo per il capitale sociale, l’età minima per l’amministratore è di 16 anni, non è prevista un’età massima e la sua responsabilità personale non è limitata, non ci sono, infine, limiti di legge riguardo alla possibilità di avere soci stranieri, ad eccezione di Energy, Defence e di Telcom.
Veniamo al consumatore. La fotografia tra il terzo e il quarto trimestre del 2014 evidenzia la crescita della fiducia dei consumatori nel Regno Unito (94) a fronte di un trend negativo di Italia (45) e Francia (57), che hanno invece registrato un calo di due punti ciascuno rispetto al trimestre precedente. Dal Q4 2013 al Q4 2014, invece, la fiducia nel Regno Unito è aumentata di addirittura 10 punti. Si registrano tanti cambiamenti, a cominciare dall’incremento del 19% delle vendite online, ma gli shopper non hanno cambiato le loro abitudini d’acquisto. Per esempio il numero di visite ai supermercati in un anno è fermo a 200 visite dal 2010, il numero di insegne visitate all’anno era 10 nel 2010 ed è rimasto invariato nel 2014. Segno che l’evoluzione dell’offerta va troppo veloce rispetto alle abitudini di shopping del consumatore inglese.
Un cenno agli associati Confimprese già presenti in UK, principalmente a Londra. Il food & beverage si mostra tra i settori più dinamici, anche se non va dimenticato che si tratta di un settore meno internazionalizzato rispetto al fashion, a dominare sono ancora i brand nostrani. Tra i più attivi Rossopomodoro, che nella capitale inglese di ristoranti per far conoscere la pizza napoletana per eccellenza ne ha già 9 e conta di aprirne altri 3 nel 2015. O ancora illycaffè, che a Londra ha 3 punti vendita, uno diretto e due in franchising, conta di aprirne altri 6 nei prossimi 4 anni e sta cercando un partner in franchising per sviluppare il canale travel. La filosofia dell’azienda triestina è quella di aprire negozi diretti nei centri storici e in franchising nel canale travel e nei centri commerciali. Presenti in UK anche Autogrill, Caffè Vergnano, Cibiamo, Cremonini con i servizi a bordo treno, Lavazza, Carpisa, Natuzzi. Tra i non soci da segnalare i progetti di 7camicie che, contrariamente alla maggior parte dei retailer, non ha punti vendita a Londra, ma due rispettivamente a NewCastle nel centro commerciale Blue Mall Metrocentre e a York in centro storico. Tra i progetti futuri conta di aprirne altri 7/8 sia a Londra sia nelle due città dove è già presente sia a Londra.
«Riassumendo – conclude Resca –, molti i top driver che dovrebbero convincere le catene italiane a investire nel Regno Unito, compreso il fatto che essendo un mercato maturo garantisce migliore affidabilità di investimento ai retailer. Da non sottovalutare comunque, tra i venti contrari il costo degli spazi e del personale, la forte concorrenza nel retail, le fluttuazioni della sterlina».

Fonte:http://www.confimprese.it/attivita/comunicazione/retail-business-in-uk/

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