Per conquistare la Cina il Chianti diventa ‘Shiandi’ (基安蒂): più facile da leggere e da pronunciar

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04/10/2018 - La Cina è un Paese da 1,3 miliardi di abitanti, un bacino potenzialmente enorme di clienti per le aziende che esportano il Made in Italy verso Oriente.

Tuttavia le difficoltà linguistiche, la lontananza geografica, ma soprattutto quella culturale rappresentano spesso dei freni al traffico commerciale con il Paese del Dragone. Per rimuovere questi ostacoli e sfruttare al meglio un mercato in forte espansione, il Consorzio del Vino Chianti ha avviato due progetti pensati per allargare la conoscenza della famosa etichetta toscana ben oltre i confini degli addetti ai lavoro del food and wine.

Giovanni Busi presidente del Consorzio vino Chianti spiega a Business Insider Italia che

“abbiamo deciso di lanciare la Chianti Academy perché la Cina è un Paese in grande sviluppo, nel 2017 abbiamo registrato un aumento delle vendite del 10-11% e ci sono 1,3 miliardi di potenziali clienti. L’obiettivo è far capire cos’è il Chianti e favorirne la diffusione nel Paese”.

Quella appena lanciata in Cina è la prima Chianti Academy al mondo, una scuola pensata per professionisti del settore vinicolo, ma anche importatori e semplici appassionati che studieranno la storia e la cultura del vino toscano, la catena di produzione e le politiche di tutela del prodotto, degusteranno i vini di 30 diverse etichette e analizzeranno gli abbinamenti con il cibo.

Per questa prima edizione la Chianti Academy è un progetto itinerante che toccherà entro novembre quattro città cinesi: Shenzhen, Guangzhou, Shanghai e Pechino. Per ogni tappa ci sarà una classe di 80 studenti che otterranno la qualifica di ‘Chianti wine expert‘ dopo aver superato un esame finale.

Gli insegnanti – spiega Busi – sono “giornalisti cinesi con cui abbiamo rapporti da 7-8 anni, che sono venuti in Italia, hanno capito com’è il mondo del Chianti e ora hanno il compito di spiegarlo ai connazionali, di portare la cultura del nostro territorio nel loro Paese”. Alla fine di novembre, a corsi conclusi, il Consorzio tirerà le somme, valuterà i risultati ottenuti per decidere se ripetere l’esperienza anche il prossimo anno e nel caso come migliorarla o allargarla.

Il secondo progetto va di pari passo con il primo.

“Quello che abbiamo notato da diversi anni – dice Busi – è che i cinesi hanno difficoltà a pronunciare e a ricordarsi la parola ‘Chianti’, così abbiamo fatto un’indagine di mercato con giornalisti, opinionisti e importatori per trovare un nome foneticamente più comodo e che tradotto in ideogrammi avesse un significato positivo”.

Così dopo una lunga trafila burocratica il marchio del Consorzio è stato registrato in caratteri cinesi e verrà utilizzato per le etichette esportate in Oriente. La traslitterazione ha una fonetica molto simile all’originale, si pronuncia “Shiandi”, e i tre ideogrammi significano Fare – Pace – Radici.

L’etichetta ora è a disposizione dei produttori che potranno aggiungerla a quella italiana sulle bottiglie destinate all’esportazione verso la Cina.

Queste iniziative nascono dalla consapevolezza di quanto sia importante l’export per il Vino Chianti. Il Consorzio – composto da 3mila aziende per 400 milioni di fatturato e 100 milioni di bottiglie l’anno – esporta all’estero il 70% della produzione che si attesta sugli 800mila ettolitri l’anno. I principali mercati di destinazione restano gli Stati Uniti, e l’Europa, in particolare Germania e Inghilterra. Ma negli ultimi anni stanno registrando una robusta crescita anche Paesi come la Russia, il Giappone e, appunto, la Cina. Mercati che dovrebbero essere in grado di compensare il calo previsto da parte del Regno Unito a causa della Brexit.

“Il nostro obiettivo – spiega il presidente del Consorzio – è di raggiungere il milione di ettolitri nei prossimi anni: sono in corso diverse operazioni di rifacimento dei vigneti che porteranno un aumento della produzione”.

Intanto per il 2018 è prevista una leggera crescita delle vendite rispetto all’anno precedente, ma la vendemmia si sta rivelando al di sotto delle aspettative.

“Quest’anno non sarà così abbondante come avevamo pensato – dice Busi – il calo è dovuto in gran parte alla siccità dello scorso anno. Le viti erano ancora sofferenti, hanno cacciato meno grappoli rispetto al trend normale, le piogge di maggio hanno fatto la loro parte e gli attacchi di peronospora hanno bruciato il piccolo grappo appena nato”.

E’ ancora troppo presto per fare una stima, ma i produttori di Chianti prevedono di chiudere la campagna 2018 con un calo della produzione.

Alle criticità legate al clima e ai parassiti si aggiungono anche le responsabilità della politica italiana, che quest’anno ha pubblicato in ritardo il bando per accedere ai fondi europei per finanziare progetti di internazionalizzazione delle aziende del Made in Italy, i famosi fondi OCM (di cui abbiamo parlato in un altro articolo).

“Il Governo è arrivato in ritardo per la pubblicazione del bando quindi le aziende italiane sono state penalizzate. Noi per esempio nel mese di novembre non possiamo partecipare alle fiere all’estero a cui siamo sempre andati negli anni precedenti”.

Anche per questo, il Consorzio ha deciso di fare da solo e di aumentare l’export iniziando a “parlare” cinese.

Marta Panicucci

Fonte:https://it.businessinsider.com/per-conquistare-la-cina-il-chianti-diventa-shiandi-%E5%9F%BA%E5%AE%89%E8%92%82-piu-facile-da-leggere-e-da-pronunciare-e-il-consorzio-apre-la-prima-academy/

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